mercoledì 3 marzo 2010

Ad Auschwitz tutto era possibile

Mi sveglio dopo circa un’ora di sonno è arrivato il grande giorno. Dopo un’abbondante colazione esco dall’albergo. Nevica tanto. Salgo sul pullman con le altre persone, sono stanca ma l’adrenalina è alta. Dopo un viaggio durato circa un’ora e mezza scendo finalmente dal pullman. I miei occhi cercano avidamente l’entrata del campo. Sono ad Auschwitz. E’ mattina presto e desidero entrare per prima. Voglio assaporare il silenzio in solitudine. Fortunatamente gli altri si sono fermati ad alcuni shops per comprare dei libri e dei dvd. Apro la porta e davanti ai miei occhi appaiono viali con grandi alberi e baracche di mattone chiamati blocchi. M’incammino verso il cancello con la scritta “Arbeit macht frei”: uno dei simboli più importanti del campo. Sono sola, i fiocchi di neve scendono giù piano e tutto il resto è fermo: parla solo il silenzio. Osservo le rose infilate nel cancello e aldilà di questo intravedo fili spinati e altri blocchi mattone. Il silenzio si fa sempre più pesante e le sensazioni aumentano fino a sentire la disperazione dei prigionieri. Quasi mi sento impaurita stando lì sola ma la solitudine ben presto svanisce: entrano le persone del mio gruppo e inizia la visita. Auschwitz è stato costruito in quel luogo perché si trattava di una valle paludosa con una falda acquifera inquinata dove le zanzare erano un continuo tormento. Un posto ideale, secondo Himmler, per un campo di prigionia. Inoltre aveva ottimi collegamenti ferroviari, era isolato e non facilmente osservabile. E così nel 20 maggio del 1940 arrivarono i primi prigionieri e continuarono ad arrivare con camion e treni fino al novembre del 1944. Ogni convoglio di deportati conteneva circa 2.500 prigionieri che arrivavano con molta frequenza. Appena giunti a destinazione i treni si disfacevano del “carico umano” sopravvissuto al viaggio di circa dieci-quindici giorni segnato da condizioni di vita e igieniche inimmaginabili. Dopo l’arrivo dei deportati avveniva la selezione tra gli abili al lavoro (di solito uomini e donne giovani) e coloro da inviare direttamente alla camera a gas (madri, bambini e anziani). Le loro valigie venivano portate presso il settore Kanada dove si effettuava la cernita e l’imballaggio dei beni. Alle donne destinate alla morte venivano tagliati i capelli che servivano per realizzare tessuti. I prigionieri abili al lavoro prima venivano privati di abiti e gioielli che avevano addosso e dei documenti d’identità e poi condotti nei bagni per la disinfettazione e la rasatura. Dopo la doccia ricevevano il vestiario del campo: una casacca, un paio di pantaloni e degli zoccoli, indipendentemente dalle stagioni. E da qui iniziava la dura e assurda vita del prigioniero: sveglia alle quattro del mattino, colazione veloce a base di caffè che era più che altro un inspiegabile liquido scuro e caldo con un pezzo di pane, appello sotto la pioggia, neve o sole torrido che costringevano i deportati ad aspettare in piedi e in fila per ore. A questo seguivano pesanti e faticosi lavori che duravano alle sette di sera, interrotti da una piccola pausa pranzo a base di una brodaglia immangiabile. Alla sera, prima di entrare nelle baracche si faceva un secondo appello (quello più lungo della storia è durato diciannove ore). La cena prevedeva a base di pane secco e a volte un po’ di burro. Poi si andava a dormire su letti a castello infestati da pulci, zecche e pus dei prigionieri. Essendo migliaia i prigionieri erano costretti a dormire sul fianco e stretti tra loro. Non c’erano servizi igienici nè assistenza medica: i medici nazisti erano lì solo per compiere assurdi e inutili esperimenti sui corpi dei deportati. Fame, tifo ed epidemie erano all’ordine del giorno ma non solo. Erano frequenti anche botte, punizioni, fucilazioni e morti di persone sfinite dal duro lavoro e dalla pesante condizione di vita. Il 27 gennaio del 1945 il campo venne liberato dalle truppe sovietiche. In totale ad Auschwitz sono state uccise circa un milione e cinquecento mila persone. Per non lasciare tracce le SS bruciarono i loro cadaveri nei forni crematori o nelle fosse comuni. Nel museo di Auschwitz, composto da diversi blocchi, osservo lentamente le vetrine dove sono esposti i documenti degli Ebrei deportati e le registrazioni fasulle delle SS. Ci sono alcune raccapriccianti foto sulle pareti, tra queste, quella di bambini in pelle e ossa fotografati durante gli esperimenti del macabro dottor Mengele. Entrando in alcune stanze sento improvvisamente odori forti che sembrano aver impregnato i muri. Vedere i capelli, ormai ingrigiti, delle persone morte nella camera a gas mi lascia senza fiato. C’è persino una lunga treccia in mezzo ai quintali di capelli. In una vetrina vedo una montagna di occhiali, in un’altra un mucchio di protesi di persone handicappate e in un’altra ancora migliaia di scarpe per bambini e andando avanti scorgo anche quelle per adulti. I miei piedi mi portano di vetrina in vetrina ma la mia mente è travolta da una tempesta di perché. Il mio cuore pulsa velocemente e il mio animo rifiutando la vista di questi oggetti strappati violentemente agli Ebrei è affranto. Nel silenzio assoluto le persone camminano lentamente a testa bassa e qualcuno con il fazzoletto in mano. In un altro blocco centinaia di foto dei prigionieri sono appese lungo la parete di un interminabile corridoio. Facce smunte con corpi che indossano divise a righe che somigliano a pigiami mi osservano: in basso sono incise le date di arrivo e di decesso. La maggior parte dei deportati è sopravvissuta ad Auschwitz neppure un mese o addirittura un paio di settimane. Le loro condizioni di vita erano talmente disastrose che noi oggi non possiamo neanche immaginarle. Rabbrividisco non per il freddo ma per i loro occhi persi e terrorizzati. Giungo il blocco n.11 tristemente chiamato “il blocco della morte” dove per l’appunto la morte era certa. Ospita celle strette e buie dove passa solo un filo d’aria. Qui un gran numero di prigionieri veniva ammassato e lasciato in piedi per giorni, dopo i quali era difficile sopravvivere. Nel cortile vedo un muro dove sono stati fucilati migliaia di Ebrei; oggi ci sono corone di fiori che li ricordano. Di fianco noto finestre murate o coperte da assi di legno che impedivano agli altri prigionieri di sapere che lì dentro “i medici” realizzavano esperimenti su bambini, su gemelli e sulla sterilizzazione di donne e uomini. La maggior parte moriva a causa di atroci dolori o per indebolimento fisico. Le stanze dei forni crematori erano scure, quasi nere. La camera a gas si trova a questi di fianco per facilitare il trasporto dei cadaveri. Dopo un veloce pranzo, il pullman ci porta a Birkenau che dista circa 1 km. e mezzo da Auschwitz. Qui la situazione era peggiore di quella appena descritta. Entrando mi accorgo di camminare sopra dei binari sui quali arrivavano treni da varie parti d’Europa con gli Ebrei destinati alla “Soluzione Finale”, cioè lo sterminio. Le baracche avevano solo il tetto perciò la pioggia o neve filtravano dentro e i pavimenti non erano di cemento ma fango, per cui i prigionieri quando entravano profondavano nella terra fino alle caviglie. I camini c’erano ma non venivano mai accesi. L’igiene non esisteva neanche lì. Il campo è enorme, vasto, interminabile e con la neve attorno crea un’atmosfera quasi spettrale. Davanti a me chilometri di fili spinati e baracche isolate, molti delle quali essendo state demolite hanno lasciato scheletri di camini. Nevica sempre più forte e ad ogni mio passo penso agli Ebrei che solo con il loro “pigiama” leggero e gli zoccoli di legno camminavano come me sotto innumerevoli fiocchi di neve, al freddo, con la stanchezza del lavoro forzato e della mancanza di una giusta alimentazione. Allora mi chiedo: come facevano? Che cosa li portavano a continuare a vivere e ad avere le speranze? Birken(au) in tedesco vuol dire “alberi di betulla” infatti lì ce ne sono tantissimi. Non riesco a vederli come un bel panorama perché so che sotto la neve, sotto la terra sono sepolte le ceneri di migliaia di persone. E’ come passeggiare su un grande cimitero. Visito la “Sauna” dove venivano disinfettati i vestiti degli Ebrei per poi essere inviati a Berlino e venduti ai tedeschi. La stanchezza, improvvisamente mi sta travolgendo, ho visto e percepito troppe cose, la giornata è stata lunga e piena di forti emozioni. Ma la vista delle foto raccolte dai bagagli degli Ebrei che raffigurano famiglie intere, ritratti di bambini sorridenti, uomini e donne elegantemente vestiti, ragazze belle e spensierate, mi infondono una tenerezza incredibile. Sorrido guardandoli e immagino i loro giorni immortalati nelle foto. Mi allontano con il cuore gonfio di tristezza e tanta commozione. Non potrò mai dimenticare questi luoghi e chi è stato condannato a viverli. All’uscita mi è venuto in mente una citazione letta da poco in un libro: “Raccontatelo ai vostri figli, e i figli vostri ai loro figli, e i loro figli alla generazione seguente.” (Gioele,1,3).

lunedì 9 marzo 2009

Donne anonime.

In occasione della festa della donna di ieri vorrei condividere con voi questa esperienza. Di recente è morto il mio cane, la perdita è stata dolorosa e il vuoto che ha lasciato è incolmabile. Allora ho cominciato a navigare in Internet alla ricerca di un cucciolo abbandonato, indesiderato o maltrattato per portarlo a casa. Grazie a queste reti ho conosciuto tante donne di varie regioni d’Italia che si occupano di salvare i cani trovati per strada, ammalati, o del canile, divulgando il più possibile gli annunci, i passaparola e molti di questi vengono accolti nelle loro case per essere curati e amati. Ho fatto caso che…la maggior parte di loro sono donne, forse a causa della maggiore sensibilità. I giornali e la tv parlano molto del lavoro di volontariato per bambini, poveri e poco di queste donne quasi anonime. Eppure hanno un grande cuore anche loro, lottano giorno per giorno, piangono se un cane finisce abbandonato in canile/lager o viene maltrattato per strada. Lottano per salvare anche i gatti indesiderati, abbandonati, gettati giù dal balcone e lo fanno semplicemente per Amore. E io penso che questa festa della donna possa essere dedicata anche a loro. Donne anonime ma di grande forza interiore.

domenica 15 febbraio 2009

Ciao Wolf...

Ieri ci ha lasciato Wolf.
A te...
"Cercavo un cane da amare e tu hai scelto me per darmi amore,
I tuoi occhi dolci e malinconici sempre mi guardavano, e io sempre ti accarezzavo,
Nella nostra passeggiata il percorso era sempre lo stesso, ma io e te eravamo felici di farlo perchè ci aspettavano sempre degli incontri diversi, tu con altri cani e io gli altri umani...
Una maledetta malattia ti ha portato via troppo velocemente da me,
ma non l'amore che ho per te.
Sarai per sempre nel mio cuore...
Mio Wolf...corri libero lassù...io starò con te come tu starai con me..."

martedì 10 febbraio 2009

Tutti matti per i gatti.

In occasione della Festa del Gatto, 17 Febbraio, vorrei segnalare un'interessante e simpatico incontro a Milano (potrebbero farlo anche altri comuni di tutta l'Italia). I NOBILGATTI, UNA LEZIONE DI VITA E DI STILE DAGLI AMICI FELINI
10 feb 09Dal 16 al 20 febbraio alla Libreria Mursia di Milano incontri con Giorgio Celli (17 febbraio) e Federica Sgarbi (19 febbraio). S’intitola I NOBILGATTI la quinta edizione della rassegna TUTTI MATTI PER I GATTI organizzata dalla libreria Mursia di Milano (via Galvani, 24) con l’Ufficio Diritti Animali della Provincia di Milano in occasione della Festa del Gatto che si celebra il 17 febbraio: diciassette, in numero romano XVII, è l’anagramma di VIXI, cioè ho vissuto e i gatti si sa hanno molte vite, febbraio è stato scelto perché è il mese dominato dall’Acquario, segno degli spiriti liberi e indipendenti. Come i gatti, appunto.
La settimana felina propone incontri con autori gattofili e la tradizionale raccolta di cibo per gli ospiti a quattro zampe del gattile di Mondo Gatto. Inoltre si potranno consegnare direttamente in libreria le foto dei gatti per la pubblicazione sul calendario I Giorni dei gatti edizione 2010. Questo il programma delle presentazioni:
17 febbraio ore 18,00 - “Destini” di Giorgio Celli e Costanza Savini.Racconti brevi e strani che intrecciano esistenze di uomini e di donne posseduti da vari sogni e ossessioni. Ogni racconto nasconde la metafora di un destino, e spesso di una vocazione. Così accade nella rivisitazione della storia di Caino e Abele, nei tre finti verbali dal processo di Norimberga e nella storia del gatto incandescente.
19 febbraio ore 18,00: “Della filosofia e dei gatti” di Federica SgarbiL’autrice, laureata in filosofia e amante dei gatti, si trova in prima linea nella difficile impresa di far adottare gli ospiti abbandonati di un gattile. Le idee di grandi pensatori si rivelano un valido aiuto per mettere a punto una strategia che porterà molti felini nelle case di nuovi proprietari umani. Divertente pamphlet che mescola Kant con code e fusa, Plutarco con cucce e pelo.
A tutti gli incontri saranno presenti Pietro Mezzi, assessore al Territorio, Parchi e Diritti degli Animali della Provincia di Milano ed Edgar Meyer, referente per l’Ufficio Diritti degli Animali.

martedì 3 febbraio 2009

Tenerezza....

Mi piace guardare i miei due gatti dormire abbracciati, mi sdraio accanto a loro e li osservo. In quei momenti loro sono beati, quasi sorridono, quei musi addormentati mi creano una sensazione di pace, tenerezza, amore e serenità.

Ancora tenerezza...

martedì 20 gennaio 2009

Una fotografa particolare...

Tanja Askani una fotografa e scrittrice cecoslovacca da anni residente in Germania ha raccolto animali selvatici come lupi, faine, conigli selvatici, volpi, cerbiatto, ecc. in pericolo di morte o malattia nella sua casa e nel suo bosco, li ha curati e salvati. Nel frattempo li fotografava in compagnia dei suoi cani o il cerbiatto con un coniglio selvatico in atteggiamenti affettuosi. Ha voluto dimostrare attraverso queste foto che anche tra gli animali esistono i sentimenti nobili come l'Amore, nonostante che siano diversi tra loro. Qui vediamo un lupo artico che gioca con uno dei cani della fotografa, un coniglio selvatico e il cerbiatto, amici per la pelle! Un cucciolo di volpe che gioca con uno dei cani della fotografa.

mercoledì 14 gennaio 2009

Una storia vera nata su un blog...

Mi è capitato di leggere per caso una recensione di un libro, "Le tribolazioni di una cassiera" di Anna Sam e mi ha colpito per cui lo pubblico nel post di oggi.
Una storia vera nata su un blog frequentatissimo e trasformata in un libro sorprendente: che visione si può avere del mondo e delle persone da dietro la cassa di un supermercato? Che idea si fa la cassiera di quel che comprano i clienti, di quel che dicono, delle domande che fanno? Il passaggio alla cassa è un momento particolare, quasi delicato, ma in qualità di clienti pensiamo - a torto - che sia privo di alcun significato e per questo ci mostriamo come siamo, senza veli: crediamo che la cassiera non ci veda, crediamo persino sia quasi una macchina. Ma quando la cassiera si chiama Anna Sam - con una laurea in lettere, gli occhi bene aperti e otto anni passati alla cassa per mantenersi gli studi - allora tutti i nostri comportamenti (corretti, garbati, stravaganti, indecisi), finiscono sotto la sua lente di ingrandimento, producendo un buffissimo ritratto dell'umanità nel quale ognuno di noi può riconoscersi.

lunedì 5 gennaio 2009

Il buon senso di un'oca.

Il prossimo autunno, quando vedrete le oche selvatiche puntare verso sud per l’inverno in formazione di volo a V, potrete riflettere su ciò che la scienza ha scoperto riguardo al motivo per cui volano in quel modo; Quando ciascun uccello sbatte le ali, crea una spinta verso l’alto per l’uccello subito dietro. Volando in formazione a V, l’intero stormo aumenta l’autonomia di volo di almeno il 71% rispetto ad un uccello che voli da solo. Coloro che condividono una direzione comune ed un senso di comunità arrivano dove vogliono andare più rapidamente e facilmente, perché viaggiano sulla spinta l’uno dell’altro. Quando un’oca si stacca dalla formazione, avverte improvvisamente la resistenza aerodinamica nel cercare di volare da sola e, rapidamente, si rimette in formazione per sfruttare la potenza di sollevameno dell’oca davanti. Se avremo altrettanto buon senso di un’oca, rimarremo in formazione con coloro che procedono nella nostra stessa direzione. Quando la prima oca si stanca, si sposta lentamente ed un’altra oca prende il suo posto di guida. E’ sensato fare a turno nei lavori esigenti, che si tratti di persone o di oche in volo verso sud. Le oche gridano da dietro per incoraggiare quelle davanti a mantenere la velocità. Quali messaggi mandiamo quando gridiamo da dietro? Infine (e questo è importante) quando un’oca si ammala o viene ferita da un colpo di fucile ed esce dalla formazione, altre due oche ne escono insieme a lei e la seguono per prestare aiuto e protezione. Rimangono con l’oca caduta finché non è in grado di volare oppure finché muore, soltanto allora silanciano per conto loro, oppure con un’altra formazione, per raggiungere di nuovo il gruppo. Se avremo il buonsenso di un’oca, ci sosterremo a vicenda in questo modo.

giovedì 18 dicembre 2008

La volpe e le due bambine...

In questo periodo ho avuto molti imprevisti e momenti di grande preoccupazione per cui la mia testa era dall'altra parte. Però oggi ho deciso di pubblicare una bella notizia, piccola e dolce notizia per non farci dimenticare di sorridere e che al mondo ci sono anche anime di grande cuore come queste due bambine.
VILLETTA BARREA (L'AQUILA), 17 DIC - Due bambine abruzzesi hanno salvato da morte sicura una volpe che era stata investita da un'auto. E' avvenuto a Villetta barrea, in provincia dell'Aquila, dove l'animale, dopo essere stata travolta da un'auto, si e' trascinata fino al portone della casa dove abitano le due bimbe. Le piccole le hanno prestato le prime cure, facendola sentire al sicuro, poi hanno chiamato i genitori che a loro volta hanno avvertito le Guardie del Parco di Pescasseroli.

mercoledì 10 dicembre 2008

Storia di una ranocchia che non sapeva di essere cotta.

Dall'allegoria della Caverna di Platone a Matrix, passando per le favole di La Fontaine, il linguaggio simbolico è un mezzo privilegiato per indurre alla riflessione e trasmettere idee.
Oliver Clerc, scrittore e filosofo, in questo suo breve racconto, attraverso la metafora, mette in evidenza le funeste conseguenze della non coscienza del cambiamento, che infetta la nostra salute, le nostre relazioni, l'evoluzione sociale e l'ambiente.
Un condensato di vita e di saggezza che ciascuno potrà piantare nel proprio giardino per goderne i frutti.
Immaginate una pentola d'acqua fredda in cui nuota tranquillamente una piccola ranocchia. Un piccolo fuoco è acceso sotto la pentola e l'acqua si riscalda molto lentamente.
L'acqua piano piano diventa tiepida e la ranocchia, trovando ciò piuttosto gradevole, continua a nuotare.
La temperatura dell'acqua continua a salire, ora l'acqua è calda, più di quanto la ranocchia possa apprezzare, si sente un pò affaticata, ma ciò nonostante non si spaventa.
Ora l'acqua è veramente calda e la ranocchia comincia a trovare ciò sgradevole, ma è molto indebolita, allora sopporta e non fa nulla.
La temperatura continua a salire, fino a quando la ranocchia finisce semplicemente per cuocere e morire.
Se la stessa ranocchia fosse stata buttata direttamente nell'acqua a 50 gradi con un colpo di zampe sarebbe immediatamente saltata fuori dalla pentola.
Ciò dimostra che, quando un cambiamento avviene in un modo sufficientemente lento, sfugge alla coscienza e non suscita nella maggior parte dei casi alcuna reazione, alcuna opposizione, alcuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da qualche decennio possiamo vedere che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci stiamo abituando. Una quantità di cose che avrebbero fatto inorridire 20, 30 o 40 anni fa, sono state a poco banalizzate e oggi disturbano appena o lasciano addirittura completamente indifferente la maggior parte della gente.
Nel nome del progresso, della scienza e del profitto si effettuano constinui attacchi alle libertà individuali, alla dignità, all'integrità della natura, alla bellezza e alla gioia di vivere, lentamente ma, inesorabilmente, con la costante commplicità delle vittime, inconsapevoli o ormai incapaci di difendersi.
Le nere previsioni per il nostro futuro, invece di suscitare reazioni e misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente la gente ad accettare delle condizioni di vita decadenti, anzi drammatiche.
Il martellamento continuo di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non sono più in grado di distinguere le cose...
Coscienza o cottura, bisogna scegliere!

martedì 2 dicembre 2008

Quella volta con le foche...

In una località sulla costa della California all'incrocio tra un fiume e l'oceano Pacifico c'è una fila di foche stese, la maggior parte di esse a pancia in su, beate e sorridenti per il calore dei raggi del sole. Sono seduta su una roccia ad osservarle, sotto i miei piedi la sabbia è umida, il vento tira forte, le onde ribelli si scontrano con le rocce, nel cielo passano un gruppo di pellicani, mentre sulla spiaggia oltre il fiume, vicino alle foche ci sono centinaia di gabbiani e a completare il quadro, le anatre nuotano sul fiume verso l'entroterra. Guardo le foche tuffarsi nell'acqua, giocare con le onde, i loro occhi sono vivi e vivaci. Si divertono. Mi avvicino lentamente per non spaventarle. Poi mi sdraio sulla sabbia piena di pezzi minuscoli di conchiglie, sono a meno di 100 m., inizialmente mi guardano con sospetto, mi controllano, ma poi abituate alla mia presenza si tranquillizzano. Scatto foto, foto e ancora foto. C'è persino un cucciolo di foca tra i due adulti che mi osserva incuriosito, è di color chiaro, ha un muso dolcissimo, mi viene voglia di abbracciarlo e coccolarlo....La foca più vicina a me è enorme, ha lo stesso colore della sabbia, ogni tanto si gratta, si stira sbadigliando, ha l'aria soddisfatta, forse per i pesci mangiati e per i raggi del sole che asciugano il suo pelo. Allora appoggio la mia fotocamera e prendo il sole anch'io. Una fila di foche ed un umano stesi sotto il sole.....Che emozione!!!! Penso che sia stupendo in ogni parte del mondo le foche siano lasciate vivere in pace nel loro habitat senza l'inutile massacro per le pellicce o altro. Anche loro hanno un cuore...

venerdì 28 novembre 2008

Le nuvole...

Le nuvole mi ispirano poesia,
sdraiata su un prato osservo le nuvole scorrere lentamente nel cielo azzurro,
quel bianco così candido,
simile ai batuffoli di cotone,
immagino soffici, chissà se c'è qualche sorridente angelo che salta da una nuvola all'altra?
Le nuvole mi regalano pace.
E' un'arte della Natura,
meravigliosa...

martedì 25 novembre 2008

Il primo incontro...

A primavera ho acquistato una Reflex, il mio scopo è di fotografare la bellezza della natura, gli animali “wildlife”, paesini e borghi abbracciati dalla grande natura …e ovviamente i miei animali. Le prime uscite con la nuova fotocamera sono state sulle colline e montagne della mia zona. Scarpe da trekking, uno zaino con i rifornimenti e via ad avventurarmi tra i campi, boschi, alla scoperta di fiori e farfalle, piante e…ungulati! L’emozione del mio primo incontro con un animale in piena libertà è stata indimenticabile. In occasione di un ponte ho trascorso un lungo week end sul Gran Sasso. Appena arrivata ho intrapreso una passeggiata verso la grotta d’oro, sempre armata della mia fotocamera e speranzosa di avvistare un animale anche solo per poco tempo. “Un passo dopo l’altro, le montagne maestosamente alte attorno a me, un fiore, un altro fiore, di forma e colori diversi, splendono fieri al sole, una cascata sulla mia sinistra dove l’acqua scende limpida e gelida, un passo dopo l’altro, alcune farfalle mi accompagnano svolazzando tra un petalo e l’altro, le loro ali con i disegni e colori sono stupendi. Riconosco il profumo della natura….della terra, delle rocce e delle piante. Mi fermo su un sasso ed assaporo questi momenti. Finalmente tutto rallenta, c’è calma, ogni tanto soffia il vento, ma per me è come una carezza, qualche nuvola a forma di panna montata passa sopra le cime dei monti…..mi unisco alla natura. I miei occhi si posano su una roccia abbastanza alta, un camoscio mi stava osservando. Un camoscio!!!!! Con le mani tremanti cambio l’obiettivo della fotocamera, è lì! E’ lì!! Poi avvisto un altro camoscio, una femmina!! Mi butto a terra e comincio a scattare, mentre scatto mi avvicino sempre di più. Il camoscio maschio è assai curioso di me e i suoi occhi mi scrutano, ma noto che non ha paura. Mentre la femmina è impaurita e mi guarda un po’ preoccupata. Un passo dopo l’altro, arrivo quasi sotto la roccia e scatto, scatto. Emozionantissima, in quel momento smetto di scattare e ci studiamo a vicenda, poi il maschio lecca il muso della femmina, forse per tranquillizzarla. Il mio cuore batte fortissimo, siamo lì da soli, noi tre. Sono bellissimi. Dopo un po’ se ne vanno saltellando con abilità sulle rocce, forse alla ricerca di cibo. Che emozione!!!! Sorrido e lancio un grido di gioia….”

giovedì 20 novembre 2008

Milou.

Oggi vorrei dedicare questo post a Milou. Il mio gattone, un soriano che esattamente oggi due anni fa se n'è andato, dopo quasi vent'anni insieme. Il suo faccione era bellissimo e molto espressivo. Quando gli girava male il suo muso diventava imbronciato, se era contento era capace di sorridere e illuminarsi gli occhi. Quasi vent'anni insieme...quante cose abbiamo combinato insieme?? Quel Natale che io avevo acceso una candela e tu incuriosito ti eri avvicinato un pò troppo e ti eri bruciato un paio di baffi!! E quando eri sparito per i tre lunghissimi giorni, avevo pregato così tanto che mai in vita mia avevo fatto! Adoravi moltissimo il pesce e quando mia mamma li puliva in cucina diventavi un esaltato, pure un ottimo tenore e con la tua zampa riuscivi a fregare un pesce al volo. Amavi persino sederti sulle mie spalle, mi avvolgevi con il tuo corpo come un colletto di pelliccia. Eri terribile, ma sapevi farti amare e tanto.
Grazie Milou di essermi stato un amico, un compagno di giochi, allegria, un gomitolone di lana soffice su cui mi potevo appoggiare nei miei momenti tristi. Mi manchi tanto, ma sono sicura che starai correndo e giocando in un bellissimo campo con Charlie e Elite. Grazie...

mercoledì 19 novembre 2008

I suoni degli animali nell'antichità.

Com’era il mondo sonoro dell’antichità? Il filologo classico Maurizio Bettini ricostruisce la “fonosfera”, cioè l’insieme dei suoni che riempivano l’aria, nell’antica Grecia e nella Roma repubblicana e imperiale attraverso i non pochi indizi presenti nelle fonti classiche.Ne scaturisce un ritratto molto diverso dal mondo contemporaneo. Solo le voci umane rappresentano un elemento immutabile nel corso dei secoli, mentre tipici del mondo antico dovevano essere i rumori delle attività artigianali, quali i colpi dei fabbri e le mole dei mulini cittadini. Soprattutto i suoni prodotti dagli animali, ricorda Bettini, erano molto più variegati e presenti rispetto a oggi, visto che le “fonti” che le emanavano erano parte fondamentale del mondo produttivo della città antica.
La nostra vita è immersa nei suoni. Clacson di automobili, rombo di motori, grida o mormorii televisivi, musica che echeggia nei locali pubblici, un’infinità di voci, accordi, squilli o semplici rumori della cui esistenza non ci accorgiamo neppure più, se non quando tutto questo, per un motivo o per l’altro, bruscamente cessa. La nostra vita si svolge all’interno di una vera e propria fonosfera. E nel mondo antico? In che cosa consisteva la fonosfera degli antichi?Possiamo immaginare che, anche in essa, circolassero voci o grida prodotte dagli esseri umani, come accade nel mondo contemporaneo, magari con intensità e frequenza anche maggiore. Parole di uomini, ossia gente che discute per strada, si chiama dalla finestra o semplicemente canta. Ma a parte questa immediata intersezione fra le due fonosfere, identificarne altre è difficile: vengono in mente piuttosto le sonorità che il mondo antico non aveva, mentre il mondo moderno le ha; e in misura forse minore, quelle che il mondo antico possedeva e che noi abbiamo perduto.Di certo, per esempio, la fonosfera antica non conteneva i rumori del traffico, l’urlo delle sirene o i fragori delle fabbriche; né conosceva quel petulante mix di musica e di voci che, diffuso dagli altoparlanti, fa ormai stabilmente parte dell’arredamento (sonoro) di molti ambienti contemporanei, pubblici e privati. Soprattutto nella fonosfera antica non vi era traccia di una presenza che, nel mondo moderno, si è fatta invece pervasiva. [...]
A questo punto sorge una domanda. Dobbiamo immaginare quello antico come un mondo più silenzioso di quello odierno? Difficile dirlo, anche se, almeno in media, la fonosfera dei nostri avi avrà per forza avuto intensità minore rispetto a quella contemporanea; insomma, era di certo una fonosfera più sottile e leggera. Soprattutto però diverso doveva essere il suo impasto, perché in essa figuravano suoni e rumori che nel nostro mondo, a motivo dei vari mutamenti di civiltà, sono ormai andati perduti. Si pensi per esempio ai colpi del martello, il malleus o marculus dei Romani, uno strumento che doveva essere molto più usato di oggi (fabbri, stagnai, maniscalchi, carpentieri...); allo strepitus prodotto dalle molae, le macine dei mugnai, le quali trituravano il grano ruotando attorno a un asse sotto la spinta di schiavi o di asini; poi naturalmente al cigolio dei carri, le cui ruote sobbalzavano sui sassi degli acciottolati cittadini.
C’è almeno un’altra “voce” importante che occorre registrare: le emissioni sonore prodotte dagli animali, ossia latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettii e così di seguito. A noi moderni capita raramente di udire la voce di un cavallo, di un asino o di un bue, mentre l’abbaiare di un cane corrisponde, in genere, solo a un fastidioso rumore di barboncino due piani sopra. Anche degli uccelli e dei loro canti possiamo accorgerci solo se abitiamo in qualche quartiere residenziale, o nei periodi di vacanza. Nell’antichità era diverso. Prima di tutto, le voci degli animali erano infinitamente più numerose e più diffuse di quanto possa accadere oggi, perché le “fonti” che le emettevano facevano strettamente parte del tessuto economico, sociale o semplicemente umano del mondo antico. A differenza del mondo moderno, asini, buoi, cavalli, cani e così via accompagnavano stabilmente l’attività e la vita quotidiana degli uomini, e come tali le loro voci dovevano risultare assai consuete alle orecchie dei nostri antenati. Occorre inoltre tener conto del fatto che, come si è visto, la fonosfera antica era assai meno ingombra, meno pesante di quella contemporanea, di modo che le voci degli animali, oltre che più diffuse, dovevano risultare anche estremamente più udibili rispetto a oggi. In questo senso, si potrebbe affermare che anche gli antichi disponevano di un loro particolare genere di musica diffusa, la quale [...] aveva la funzione di “arredare” fonicamente gli ambienti in cui si svolge la vita delle persone. Salvo che questa musica era costituita dai canti degli uccelli, la cui aerea presenza era molto più numerosa, variata e distribuita di quanto non accada oggi; senza che, all’interno della fonosfera, le loro voci fossero coperte da ben altre e più potenti emissioni.
Le voci degli animali, infatti vengono sfruttate simbolicamente, come la loro forma, colore e comportamento. Nascono così proverbi e modi di dire: «tanto va la gatta al lardo», «furbo come la volpe». Nascono favole: Il lupo e l'agnello, La volpe e l'uva. Nascono poesie: come dimenticare il cosiddetto «giambo sulle donne», in cui Semonide classifica le donne secondo i caratteri degli animali cui somigliano? La donna-scrofa non si lava mai, indossa abiti sporchissimi e ingrassa, rotolandosi nel letame; la donna-volpe sa tutto, controlla tutto, ma si adegua agli eventi, e vi si adatta; la donna- cagna vagola per la casa latrando, non tace neppure se la bastoni; l'asina invece, paziente e lavoratrice, puoi bastonarla e non protesta...Ma torniamo alle voci: tante e diverse, esattamente come le lingue umane. Ed esattamente come le lingue, originariamente tutte uguali. Un tempo infatti, racconta Filone di Alessandria, gli animali avevano tutti la stessa voce. Ma un giorno, perso ogni senso della misura, chiesero l'immortalità. E furono puniti: da quel momento cominciarono a parlare in modo diverso, ogni specie a modo suo: superfluo segnalare il parallelo con il racconto di Babele.
Tante lingue, dunque, all'interno delle quali Bettini si sofferma, in particolare, su quella degli uccelli e la indaga seguendo diverse strade: quella, già segnalata, della capacità delle loro voci di veicolare significati simbolici e culturali; quella, non meno affascinante, della riarticolazione sonora della loro voce, per far pronunziar loro brevi messaggi in lingua umana: a partire da Alcmane (che affermava di aver trovato la propria poesia rielaborando il canto delle pernici) si arriva, per citare un celebre caso, alla riarticolazione del verso della gallina in Giovanni Pascoli, nella poesia Valentino: «le galline cantavano, Un cocco! / ecco ecco un cocco un cocco per te ». E poi, ancora, i racconti mitologici, in cui si trovano animali che possiedono una compiuta capacità linguistica. E per finire la divinazione: trasformato in «segni», il canto degli uccelli attribuisce loro la capacità di predire il futuro e di dare ordini. Erano animali autorevoli gli uccelli, nell'antichità. Non a caso Aristofane, nella commedia che da loro prende il nome, immagina che, aiutando gli ateniesi disgustati delle condizioni di vita in patria a fondare una nuova città fra cielo e terra, essi possano riconquistare l'antica signoria, usurpata dagli dei. Nell'impossibilità di rendere conto della ricchezza di questo libro, per segnalarne la rilevanza basterà ricordare, concludendo, che grazie a esso l'antropologia delle antiche voci animali diventa antropologia della cultura classica: la trascrizione delle loro voci ci consente di vedere gli animali come li vedevano gli antichi.

lunedì 17 novembre 2008

Confermato l'abbattimento dei cervi al Parco dello Stelvio

Chiederemo inoltre al Ministro dell’Ambiente di annullare la delibera perché oggi il Parco nazionale ha deciso di procedere agli abbattimenti senza la necessaria Valutazione Ambientale Strategica così come previsto dalla normativa europea. ” Ha detto Enzo Venini Presidente WWF Italia. La delibera approvata oggi prevede un tariffario per i cacciatori: 168 euro per abbattere un cervo, scontati a 79 nel caso se ne abbattano 10. (non ho parole....) Il piano prevede l’abbattimento di migliaia di cervi da parte di “selecontrollori”, normali cacciatori di selezione “formati” da un corso di soli tre giorni e non appartenenti all’ente pubblico, nonché una vera e propria vendita di capi secondo una precisa tabella ai cacciatori residenti in valle. Il tutto, senza coerenza con il mandato di un parco nazionale, è giustificato da presunte ragioni gestionali e di contenimento di danni vegetazionali. Sulla decisione il rappresentante della Regione Lombardia si è astenuto, non avvallando così una decisione illegittima. “Questa decisione è un segnale di grossa debolezza da parte del parco che rinuncia così a gestire la fauna selvatica a favore di un espediente per fare cassa, cedendo alle pressioni di parte del mondo venatorio.” ha detto EnzoVenini, Presidente WWF Italia. L’unico mezzo efficace per controllare la popolazione di ungulati è infatti legato al ritorno potenziale dei predatori naturali e altre ragioni conservazionistiche quindi rendono inammissibile il prelievo di cervi all’interno dei confini del Parco Nazionale dello Stelvio. Stando ai dati attuali sull’areale occupato dal lupo il Parco sarà presumibilmente presto colonizzato dalla specie, il quale in tutta Europa ha una funzione regolatrice delle popolazioni di cervo. E' un'ipotesi fondata quindi che all'arrivo del lupo la densità dei cervi diminuirà molto a causa della predazione e per una migliore distribuzione degli animali. Potrebbe essere un grave errore rimuovere una risorsa importante per il predatore proprio ora che sta ricolonizzando anche le Alpi centrali. “In un’ area protetta la fauna è un fondamentale elemento attrattivo per i visitatori e la loro scarsa visibilità potrebbe portare ad una minor fruibilità turistica del luogo – dice ancora Enzo Venini -, con conseguenze sullo sviluppo economico locale in zone di montagna. Chiediamo che il piano sia sottoposto alla normale procedura di Valutazione Ambientale Strategica prevista dalla legge”.
Uno dei commenti:
Vergogna, vergogna,vergogna, davanti a Dio e davanti agli Uomini!Ormai non si pensa altro che al Business, a fare soldi, in questo caso a rifornire i ristoranti di carne di Cervo e quanto d'altro..., fregandose altamente della Natura; prima si deve subire la predazione e la distruzione della fauna Marina dove multinazionali del pesce dell'industria e degli Armamenti, per il solo loro interesse, stanno inquinando e distruggendo il Mare, ed ora palesemente con la complicità di qualche giudice corrotto o irresponsabile, l'Uomo fa la stessa cosa sulla Terra, distruggendo il futuro dei nostri figli. (...)
Un altro commento:
è giusto che venga attuato un piano di abbattimento anche all'interno del parco nazionale,di cervi ce ne sono troppi,causano incidenti stradali e nelle condizioni in cui sono,essendo troppi e tutti consaguinei non son nemmeno belli da vedere! (ma senti chi parla!!! Ma li ha mai visti??).
Un altro ancora che fa di certo riflettere:
Questo è un chiaro esempio delle conseguenze della stupidità umana!SE I CERVI SONO TROPPI,LA COLPA è SOLO ED ESCLUSIVAMENTE DELL'UOMO CHE,PER ANNI,HA LAVORATO A DISTRUGGERE UN ANELLO DI QUELLA CATENA ALIMENTARE CHE UN TEMPO PROVVEDEVA A REGOLARE GLI EQUILIBRI TRA ANIMALI E NATURA!

giovedì 13 novembre 2008

Gli elefanti...

Gli elefanti sono animali giganti, forti, potenti, eppure piangono come è citato nel La Repubblica:
La leggenda secondo cui esistono "cimiteri degli elefanti", in cui le creature della savana si riuniscono per commemorare i defunti, ha trovato una conferma scientifica. Uno studio triennale condotto in Africa da ricercatori della Essex University, pubblicato sulla rivista “Biology Letters della Royal Society”, rivela che gli elefanti danno grande importanza ai morti, e che si sentono spinti a toccare delicatamente le ossa dei esemplari deceduti, con la proboscide e le zampe. «Quando trovano resti di uno di loro», dice la dottoressa Karen McComb al Daily Telegraph, «gli elefanti ci girano intorno compiendo uno stretto cerchio, con le orecchie e la testa abbassati, mostrando tensione. Quindi toccano e odorano la carcassa. Se ci sono ancora le zanne dell'animale morto, le raccolgono con la proboscide e le portano via con loro. Tuttavia non sembrano fare distinzioni tra il cadavere d'un elefante del loro branco o uno sconosciuto». Lo studio conclude che gli elefanti hanno molte caratteristiche simili agli esseri umani, inclusa quella, già conosciuta, di piangere. La ricerca è stata compiuta all'Amboseli National Park, in Kenya.
Ho visto tanti elefanti chiusi in zoo o circhi, tutta un'altra cosa vederli liberi nella savana in Africa. In Kenya ho potuto osservarli dall'alba al tramonto, solitari o in gruppo, cuccioli con mamme. Scenari che non dimenticherò mai...Oggi lo dedicherò a loro citando anche un libro "L'inverno degli elefanti" di Kim Echlin, ora difficile da trovare se non nei negozi di libri usati.
"Mi chiamano la guardiana degli elefanti e mi piace. Quando si sceglie di vivere con gli elefanti si sceglie di vivere soggiogati, in schiavitù. Io mi lascio affascinare da loro, mi espongo alla loro forza, che spezza e piega, che libera e vince.
Sono prigioniera al pari di loro e le nostri comuni catene ci liberano. Non esistono quasi parole che descrivano una cosa simile.
(...) Il linguaggio degli elefanti:
mrii-ahah= gorgoglio di buongiorno.
grht= benvenuto riservato ad un amico particolare e un membro di famiglia.
ooo ahahaha-whoo aoh: un profondo gorgoglio che significa "Sono qui, sono qui per te (per quanto la natura me lo permetterà)= gli elefanti usano questo saluto quando accorrono in aiuto di uno di loro.
(...) quando lo ascolto, penso ad Emily Dickinson, al ritmo delle sue poesie:
L'amore - è precedente alla Vita
Posteriore - alla Morte
Dà inizio alla Creazione, e interpreta la Terra."

lunedì 10 novembre 2008

"Indru si era reso conto che gli umani non erano così diversi dai lupi. […] Voleva restare in loro compagnia, correre con loro come avrebbe fatto col proprio branco. Non poteva lasciarli morire, proprio come non poteva lasciare che un cucciolo soffrisse la fame quando lui aveva la pancia piena di carne. Allora aveva deciso di insegnare agli umani alcune cose, per aiutarli a sopravvivere. Qualcuno dice che, quando il lupo e l’umano si sono coricati insieme, le loro anime si sono intrecciate. E aggiunge che, quando si sono separati, ciascuno di loro ha mantenuto un pezzo dell’anima dell’altro.".
14.000 anni fa. La falce di luna che marchia il petto grigio di Kaala segna il destino della piccola lupa: rivelando la sua estraneità al Branco del Fiume Rapido, condanna la madre all'esilio e lei e i suoi fratelli alla morte. Ma Kaala non vuole morire. In lei arde uno spirito indomito, che le permette di superare il disprezzo degli altri lupi, di cacciare anche quando le forze sembrano abbandonarla e di opporsi alle difficoltà con fiera determinazione. Poi, un giorno, Kaala salva una bambina dall'impetuosa corrente del Fiume Rapido e, sebbene le leggi dei lupi vietino di entrare in contatto con gli umani, considerati nemici mortali, tra lei e la bambina s'instaura subito un legame forte, autentico, che porta due esseri completamente diversi a scoprire un'intesa straordinaria. Così, quando lo scontro tra gli umani e i lupi appare ormai inevitabile, per Kaala arriva il momento della scelta: rientrare nel branco e difenderlo oppure schierarsi al fianco di colei che le ha dimostrato comprensione e affetto. Una decisione che potrebbe segnare il futuro della vita sulla Terra... Questo romanzo è la storia di un'amicizia impossibile, di una promessa che non può essere mantenuta e di una lotta che risale alle origini del tempo e che forse non si è ancora conclusa. Ma soprattutto è la storia di una giovane lupa e di una «cucciola umana», unite nella certezza che l'innocenza e l'altruismo sono le uniche leggi cui è giusto obbedire. Ed è intensa, profonda e toccante come tutte le grandi storie
L'AUTRICE Dorothy Hearst ha lavorato come editor per varie case editrici, tra cui la Cambridge University Press e la John Wiley & Sons; dal 1997 fino a poco tempo fa è stata senior editor presso la Jossey-Bass, dove si occupava di libri incentrati su temi sociali. A un certo punto, però, i lupi hanno bussato alla sua porta, chiedendole di raccontare la loro storia, e lei ha ascoltato il loro richiamo. Così è nato La promessa dei lupi, accolto con entusiasmo negli Stati Uniti e i cui diritti di pubblicazione sono stati venduti in tutto il mondo. Consiglio di guardare il sito dell'autrice:http://www.dorothyhearst.com/, contiene un'ampia sezione dedicata alla storia ed alla vita dei lupi compreso le associazioni che si occupano di aiutare questi meravigliosi animali.

giovedì 6 novembre 2008

CLIMA, SCOPERTA PIETRA CHE ASSORBE CO2

Una pietra che si trova soprattutto in Oman, la peridotite, potrebbe servire ad assorbire anidride carbonica, la cui diffusione nell'atmosfera è considerata una delle principali cause dell'effetto serra. Secondo lo studio dei geologi americani Peter Kelemen e Juerg Matter, quando CO2 entra in contatto con la peridotite il gas si calcifica. Il fenomeno avviene in natura, in misura limitata, ma potrebbe essere riprodotto su larga scala per contribuire a ripulire l'atmosfera ma per ora i costi sono troppo alti. Da Televideo